Il lutto per un bambino mai conosciuto

Immagine presa dal web, aborto 8 settimane

L’aborto precoce è un lutto difficile da elaborare e da comprendere, in quanto si vive la perdita di un bambino mai conosciuto, ma già presente nelle fantasie dei genitori. Infatti, già al momento della scoperta della gravidanza la coppia diventa coppia genitoriale. Vi sono alte probabilità che questo lutto sia vissuto come trauma o non sia elaborato divenendo lutto complicato, in questi casi è opportuno il supporto psicologico.

Genitori già prima del concepimento

La genitorialità (maternità e paternità) non iniziano solo alla nascita, ma già prima del concepimento e durante la gravidanza, i genitori si preparano interiormente all’arrivo del bambino. Quando si realizza la gravidanza e il bambino è reale prende forma un primo legame di attaccamento, che è specifico di quella relazione con quel bambino in quel momento. Nel momento in cui si scopre la gravidanza, i genitori iniziano ad immaginare la nascita e la quotidianità familiare; questa proiezione può avvenire naturalmente fin dalle prime settimane di gravidanza, a dispetto di ogni tendenza volta a informare la donna delle elevate possibilità di aborto spontaneo o di perdita fetale (Pullen, 2008).
Questo immaginario ha una precisa funzione evolutiva. Divenire genitori (madre e padre), é un processo che inizia dunque nel momento in cui si è a conoscenza dell’avvenuto concepimento, ma già prima quando si inizia a progettare il concepimento. Quando avviene il concepimento e si fantastica su come sarà il futuro bambino, si parla di “bambino ideale” fantasticato atteso durante la gravidanza. Il genitore proietta tutte le sue aspettative sul bambino e lo concepisce come la realizzazione di un progetto personale e di coppia e così il bambino inizia a crescere nella mente dei genitori. Quando il legame si spezza con l’avvenuta di un aborto (in qualsiasi periodo gestazionale), viene a mancare quell’essere con il quale si è creato giorno dopo giorno un rapporto di continuità e scoperte. A seconda del grado di attaccamento che la madre ha sviluppato nei confronti del bambino, le conseguenze del lutto saranno diverse.

Il non riconoscimento del lutto

Nonostante il lutto prenatale colpisca in Italia ogni anno moltissimi genitori (circa il 30% delle donne in prima gravidanza hanno un aborto spontaneo), lo spazio di supporto al lutto perinatale è bassissimo e ancor di più lo è per l’ aborto precoce (primo trimestre), in quanto si ritiene, in modo sbagliato, che è molto più doloroso la perdita nelle ultime settimane di gravidanza o al momento del parto, piuttosto che nelle prime settimane, ma ciò in realtà dipende dalla coppia e dal desiderio di divenire genitori. Già nel momento in cui il test di gravidanza risulta positivo il bambino entra a far parte dell’immaginario della coppia, si fantastica, si progetta, si condivide una forte emozione. Proprio per questo motivo, a qualsiasi stadio la gravidanza si interrompa involontariamente, l’impatto di tale evento è estremamente forte e le modificazioni fisiche e psichiche del corpo materno non possono non avere un’influenza sul lato psicologico. Di fronte ad un aborto precoce la tendenza più diffusa è quella di minimizzare, incoraggiando la coppia a “riprovare subito”; l’assenza o la scarsità di ricordi condivisi con il bambino morto rendono il lutto nell’aborto precoce un lutto poco condivisibile all’esterno e poco riconosciuto. Pertanto l’evento di perdita, profondamente vissuto nell’intimo dei genitori, può risultare poco comprensibile all’esterno perché si piange un bambino “sconosciuto” al mondo (Kirkley-Best & Kellner, 1982), su cui nessuno, a parte i genitori e i familiari ha effettuato delle fantasie, ha stabilito un legame di attaccamento.

Risulta, dunque, difficile elaborare il lutto di un bambino che per la legge non esiste, di un bambino mai conosciuto. Allo stesso tempo, è difficile sentire la società che preme sul “riprovarci a creare un’altra vita”, soprattutto dopo questo “fallimento”.
Si tratta, di un evento inaspettato e soprattutto innaturale che si può tradurre in un senso di perdita della propria capacità di generare, di mettere al mondo una creatura: la madre sente di aver fallito come donna, può odiare il suo corpo e in generale se stessa per la sua incapacità nel generare vita. L’elaborazione del lutto può avvenire anche dopo due anni di tempo. Per questo è difficile stabilire la differenza tra un normale processo di lutto e la presenza di lutto complicato solo su criteri temporali. Un aborto precoce può pertanto mandare in crisi il normale funzionamento psicologico di una persona.

L'elaborazione del lutto

John Bowlby (1980), con la sua teoria etologica dell’attaccamento, ha descritto le varie reazioni che compaiono dopo la perdita di una figura significativa; l’assenza di tale figura attiva il sistema motivazionale dell’attaccamento, un sistema motivazionale innato (Liotti, 2001), che spinge l’individuo alla ricerca della persona assente e a fare qualunque cosa sia possibile per riottenere la sua vicinanza e le sue cure. Quando gli sforzi falliscono compare una profonda tristezza ed un sentimento di disperazione.

Nell’opera “La perdita”, Bowlby distingue nel cordoglio quattro fasi: la prima Stordimento ed incredulità, la seconda Struggimento per la persona perduta, la terza Disorganizzazione e disperazione e la quarta Riorganizzazione.

  • La prima fase prevede shock e negazione. La fase di shock nell’aborto precoce è direttamente proporzionale all’imprevedibilità dell’evento e al desiderio di gravidanza. Inoltre, non avendo ricordi oggettivi della perdita è più difficile creare una costruzione mentale in quanto c’è incredulità, nell’aborto precoce bisogna attenersi ai pensieri costruiti in quel periodo. In questo caso la negazione è molto più intensa per il fatto che non essendoci ancora i movimenti fetali la madre può pensare che i medici abbiano potuto sbagliare diagnosi, fino a quando non compaiono complicazioni come perdite ematiche ecc.Dopo la dimissione dall’ospedale inizia il momento più difficile per i genitori, quello del ritorno alla loro realtà, con la dura necessità di confrontarsi con il vuoto lasciato dalla morte. Tutto ciò è seguito da un desiderio persistente e invadente di ciò che si è perso ed è molto forte perché, unito alla collera rivolta verso se stessa, determina un senso di colpevolizzazione che la madre rivolge verso di sé in quanto sente di avere contribuito direttamente alla perdita del proprio bambino. Vi è inoltre un importante momento di realizzazione, in cui la coppia realizza ciò che è realmente accaduto, in cui vi è profonda tristezza, confusione e senso di colpa (“Forse ho sbagliato, se non avessi fatto… se non avessi camminato così tanto…”). Ciò che deve essere affrontato con più attenzione in questo periodo sono i pensieri e le aspettative che la coppia genitoriale ha avuto durante il periodo della gravidanza. Oltre a pensieri di perdita, ci sono pensieri negativi che la madre tende a rivolgere verso se stessa quindi di colpa e di auto rimprovero di non essere in grado di creare vita ma morte, permane inoltre, e in maniera eccessiva, la preoccupazione, cioè il pensare ossessivamente a tutto ciò che riguarda la perdita e da qui può nascere l’inadeguatezza nel creare vita.
  • La seconda fase, caratterizzata da struggimento per la persona perduta in questo caso può durare mesi, spesso anche anni. In questa fase di protesta, l’emozione principale è la rabbia, accompagnata da sentimenti di ingiustizia, rammarico, rancore (“Perché proprio a me?” “Perchè proprio a noi che l’abbiamo cercato e lo avremmo amato?”), ricerca delle colpe e contrattazione (accordi, voti col soprannaturale: “Se il bimbo sopravvivrà io farò…” o colpevolirizzare altri “malocchi,macumbe”). La rabbia può intensificarsi per la sensazione di perdita di controllo, per il fatto di non aver avuto possibilità di scelta o per non aver capito cosa stesse accadendo e può indirizzarsi verso una persona o un operatore. Altri sintomi ricorrenti in questa fase sono insonnia, incubi, flash back dei momenti più traumatici (es. le parole del medico, la sala operatoria, etc.).
  • la terza fase, Disorganizzazione e disperazione è la fase più lunga e delicata del processo di elaborazione del lutto prenatale. La ricerca della persona cara pone in luce la sua definitiva assenza, vissuta con una generalizzata tristezza ed un persistente umore depresso. Lo stato di vigilanza della precedente fase lascia il posto ad un minore arousal  (stress) e un apparente disattenzione e disinteresse verso tutto ciò che accade, rafforzata in questo tipo di lutto dall’evitamento del mondo esterno il quale viene visto come fonte di doppio disagio; in primis perché la donna può sentirsi dire sempre le stesse cose e quindi non sentirsi accudita ma solo responsabile della sua perdita, pertanto ciò andrà a rafforzare la sua credenza di non capacità di generare, poi per l’invidia nel vedere gli altri bambini. In questa fase la rabbia è rivolta ancora di più verso se stessa.
  • La quarta fase, la riorganizzazione rappresenta la fase della ristrutturazione. In questa fase si realizza il distacco dalla persona scomparsa ed un progressivo riadattamento alla realtà, con il graduale recupero di interessi e relazioni sociali. Questa “ridefinizione” comporta un atto cognitivo, non solo emotivo, di costruzione di nuovi schemi rappresentativi interni di sé e della persona persa, con la definitiva consapevolezza dell’irreversibilità della morte. La solitudine e il rammarico lasciano il posto al disgelo emotivo, alla ricerca di supporto e alla sofferenza senza angoscia. Nascono nuovi interessi e nuove abitudini, verso un adattamento alla vita senza la presenza di quel bambino, nuove relazioni e attività, nuova forza interiore, ritorno all’attaccamento e al desiderio di maternità.

Quando un lutto di questo tipo colpisce una famiglia, inevitabilmente vengono coinvolte tutte la figure che gravitano attorno alla coppia genitoriale, come amici e parenti, che spesso non sanno come affrontare la situazione e come essere da supporto. Tentare di minimizzare, razionalizzare o appellarsi alla natura ha effetti negativi, soprattutto nei primi mesi della perdita e alcune frasi sono vissute come aggressive e inutili (Ravaldi, 2009). Un aborto precoce costringe i genitori a vivere realtà diverse da quelle desiderate o immaginate e rappresenta un momento della vita estremamente delicato e difficile, che merita rispetto, ascolto e partecipazione non giudicante.

L’elaborazione del lutto nel caso di un aborto precoce è un percorso che ognuno affronta con le proprie risorse e secondo i propri tempi, vi è una differenza di tempi tra il padre e la madre. Le reazioni sono ben diverse da madre a padre in quanto da un punto di vista evoluzionistico le femmine dei mammiferi dedicano molto più tempo al processo riproduttivo di quanto lo facciano i maschi. È immaginabile che i sentimenti verso una vita in via di sviluppo siano più intensi nelle donne. Le reazioni dei padri sono più nascoste. Molti uomini non sono abituati a esprimere il dolore, a piangere liberamente, nella maggioranza dei casi le loro reazioni si traducono quindi in nervosismo e in una fuga nel lavoro. Proprio per questo motivo il loro dolore tende ad essere poco riconosciuto e supportato e spesso vengono visti solo come mezzo attraverso cui chiedere notizie della madre, ignorando che anch’essi possono essere profondamente prostrati dalla perdita del figlio. Inoltre, anche quando riescono a mostrare il proprio dolore spesso vengono tacciati di poca creanza in quanto è diffusa l’idea che il marito dovrebbe supportare la moglie nella gestione della sofferenza e non soffrire lui, come se quel bambino non fosse stato anche suo figlio.

L’ideale sarebbe dunque che i congiunti provassero a sincronizzare le loro reazioni al lutto il più possibile, cercando di essere il più empatici possibili con i sentimenti dell’altro, questo anche per evitare la fine di un rapporto messo in crisi da questa grande perdita. In questo modo ognuno dei due riceverà il conforto e il sostegno dell’altro. Se non adeguatamente elaborato un aborto precoce può trasformarsi in “lutto complicato” ed influenzare negativamente il legame con gli altri figli o la genitorialità futura.

Le gravidanze successive e glia aspetti psicologici

La morte prenatale è un fattore di rischio che mina il benessere delle gravidanze successive e condiziona lo stile di attaccamento genitore-bambino pertanto è importante ricevere un sostengo psicologico e un accompagnamento nella nuova attesa dopo la perdita. È importante che una nuova gravidanza non venga ricercata per colmare il vuoto o rimpiazzare la perdita precedente in quanto si tratta di una nuova vita e come tale deve avere tutta la sua importanza e non deve essere considerata un sostituto. La gravidanza successiva a un aborto precoce è spesso condizionata dall’esperienza precedente. Si gioisce ma si ha paura, si spera e si inizia a costruire il legame di attaccamento ma allo stesso tempo ci si sente distaccati, insomma si vive quella che è una vera e propria alternanza di emozioni contrastanti. Soprattutto i primi mesi possono essere vissuti con forti sentimenti di incertezza, con ansia e stress. Alcune coppie possono “negare” la nuova gravidanza per paura di una nuova perdita, sperimentando iperprotettività, ansia o, al contrario, distacco e freddezza. Sono molto importanti la serenità materna e la serenità della coppia nell’influenzare la buona salute psicofisica del nascituro, soprattutto per l’istaurarsi di un buon legame madre bambino nei mesi successivi al parto. Se è vero che ogni bambino perduto merita di essere ricordato, è anche vero che ogni bambino in arrivo merita di essere accolto al meglio per la sua unicità e dovrebbe poter godere di una madre e un padre liberi di lasciarsi andare all’amore, e non impietriti dal dolore e dalla paura. L’esperienza del lutto, se non elaborata e metabolizzata nel modo corretto, può avere ripercussioni significative, può esserci infatti il rischio che la madre, in caso di una successiva gravidanza, sviluppi un legame inadeguato con il nuovo figlio, dove il bambino morto può venire idealizzato o “sostituito” a quello della gravidanza attuale. Questa idealizzazione porterebbe ad una proiezione di una perfezione che non esiste e il bambino nato non sarebbe mai all’altezza del precedente, crescendo così svalutato agli occhi del genitore. In questi casi si parla di Sindrome del sopravvissuto (o PASS).

I consigli della Psicologa

Gli studi sulla resilienza e sull’elaborazione del lutto ci dicono che requisiti necessari sono il tempo, il ricordo, l’integrazione dell’evento e delle nostre reazioni ad esso all’interno della nostra vita.

Come in tutti gli eventi traumatici, il periodo immediatamente successivo all’evento ha un’importanza essenziale, pertanto è molto importante la prima comunicazione della perdita, gli operatori sanitari dovrebbero essere pronti soprattutto nell’essere empatici col dolore della perdita e a indirizzare i genitori verso qualcuno che sia in grado di fornire loro aiuto, considerando che i ricordi degli eventi si consolidano nel momento immediatamente successivo, con la mediazione degli ormoni dello stress (adrenalina, norepinefrina, cortisolo), forma un ricordo vivido e catastrofico, quindi è essenziale che medici, ostetriche e infermieri abbiano la preparazione necessaria per informare, sostenere e accudire coppia dei genitori.

E’ consigliata una buona comunicazione della coppia, non soffocare il proprio dolore per il bene dell’altro, ma condividerlo e viverlo al pieno insieme, per una buona elaborazione. Se superati i sei mesi il dolore per la perdita non sembra affievolirsi si consiglia il consulto con lo specialista. E’ necessario prendersi tutto il tempo che si ritiene opportuno prima di cercare un’altra gravidanza, per far sì che non sia la sostituta della perdita. Infine, quando avviene una nuova gravidanza è consigliato il supporto dello psicologo in quanto può emergere il fantasma dell’aborto passato e per prevenire una possibile depressione post-partum.

Dott.ssa Anna Orfanò, Psicologa.
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Rivista: stete of mind



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